Esercizi di memoria patafisica (o viva?) per i Parlamenti delle Albe

di Laura Mariani, Ravenna, 20 aprile 2016

 

 

Nell’elaborazione del titolo di questo incontro erano in discussione due aggettivi per definire la memoria: viva e patafisica. Io ero propensa a usare il primo (che non abbiamo scelto) e su questo mi sono interrogata.

Prima di tutto viene la memoria, senza aggettivi.

Come sappiamo il passato passa, inesorabilmente, e la memoria è una costruzione soggettiva, in cui vero e falso si mescolano e spesso diventano indistinguibili.

Anche per questo conserviamo e costruiamo archivi, privati e pubblici.

L’archivio di Franco Quadri lo ha costruito lo stesso Quadri. Primo: nel mentre interveniva attivamente come critico, saggista e editore, ha accumulato materiali preziosi, documenti di tutti i tipi. Lo ha fatto con un certo ordine: i Pataloghi di per sé, di anno in anno, hanno costituito un elemento ordinatore. Ci sono poi molti altri documenti non finalizzati ai Pataloghi, ai quali saranno gli archivisti a dare sistemazione. Secondo: ha formato i suoi archivisti guida non in senso tecnico. Si tratta dei suoi collaboratori, ne conosco bene tre che hanno accompagnato, e talora provocato, queste prime trasformazioni dell’archivio privato in archivio pubblico: Renata Molinari, Oliviero Ponte di Pino, Cristina Ventrucci.

Cum-serbare. Cum ha valore di mezzo o di rafforzativo, ma possiamo anche tradurlo “insieme”. Serbare = “mantenere chicchessia nell’essere suo, guardarlo da tutto ciò che potrebbe alterarlo, o scemarlo, o distruggerlo; serbare, custodire”. Sembra un’azione passiva, in realtà è piuttosto un atto di guerra: contro il tempo che distrugge e disperde, contro l’inerzia e il bisogno stesso dell’oblio e dell’eliminazione, contro la società che può risultare indifferente, disinteressata, per non parlare dei familiari che talora si contendono la memoria oltre che i beni. Per fortuna non è questo il caso. Però siamo avvertiti di un problema: conservare non è un’operazione pacifica. E poi, per chi si conserva? Franco Quadri è stato un grande intellettuale che ha preso posizione. Meglio, ha preso posizioni di volta in volta rispetto a come la vita del teatro si andava articolando e a come cambiava lui nel tempo. Dunque l’archivio conserva qualcosa di caldo, di non acquietato, qualcosa di aperto con cui rapportarsi: in modo diverso per chi ha condiviso quegli anni e per chi è venuto dopo. Dobbiamo esserci preparati: non tutti avranno il nostro rapporto con ciò che si è conservato, noi stessi non lo abbiamo dentro l’associazione.

Gli archivi evocano ordine: ogni carta è catalogata, ha una carta d’identità, è rintracciabile. Ciò che un uomo o una famiglia o un ente ha accumulato nella vita è formalmente registrato e messo a posto. Gli archivi dal punto di vista materiale sono ingombranti, si misurano a metri e a chili: quello di Franco Quadri è stimato dalla Fondazione Mondadori in trecentocinquanta metri lineari e da Jacopo Quadri in cinquecento scatoloni, di cui ha fatto esperienza diretta. Io ho frequentato molti archivi in Italia e all’estero, con piacere prima che con fatica, ma mi hanno sempre procurato una certa angoscia: perché rimane la parvenza di scartoffie, e nonostante le cartelline e i contenitori, la polvere sembra insinuarvisi. Si conserva stranamente un senso di vita e di morte insieme: di vita inesorabilmente morta, di morte non priva di energia. Un’inquietudine che non diminuisce quando siamo costretti a usare macchinari (per lo più scomodi) che proiettano i documenti alienandoli. Ora siamo a una svolta epocale, tutto deve essere digitalizzato, non possiamo più consultare vecchi giornali o vecchie lettere nell’originale, anche se questi originali continuano ad esistere, soprattutto se si tratta di archivi importanti. Abbiamo la fortuna, qualche volta, di consultare documenti su un computer, pubblico o privato che sia: l’effetto sembra straniato ma il rapporto col documento diventa faccia a faccia, senza doversi piegare sul tavolo per incontrare quei grumi di vite e di fatti passati. Il tempo però continua a farla da padrone.

Per prima cosa gli archivi devono prendere aria, devono respirare. I documenti devono essere presi, letti, studiati, mostrati, usati… La memoria deve vivere, in tutte le forme possibili. Quella di Franco Quadri lo sta facendo in forme alte, se ne è parlato anche qui: un voluminoso numero di “Panta” a lui dedicato, due libri e una mostra, promossi dalla Fondazione Mondadori in collaborazione con l’Associazione; gli scritti di Quadri su Luca Ronconi raccolti da Leonardo Mello, in uscita; i film su Luca Ronconi e su Eugenio Barba, che creano nuove visioni… Ma gli archivi possono prendere vita anche per scopi più umili, per tesi di laurea e ricerche varie. Sto scrivendo un saggio sulle registe attive oggi in Italia e parto dai Pataloghi. L’11 maggio all’Arena del Sole festeggeremo la loro messa online.

È qui che subentra a mio avviso l’aggettivo patafisico, come una delle possibilità di vivificare la memoria, magari nel modo più consono al soggetto o che ci piace di più. Per esempio Burning Books sotto il solleone di luglio nella piazza di Santarcangelo è stato sicuramente un gesto patafisico e un po’ patafisica è anche la faccia di Marthaler che abbiamo appena invitato al Teatro Comunale di Bologna.

Secondo il Dizionario Battaglia la parola unisce “patati, patata (di origine onomatopeica e usata per indicare un brusio insistente o una sequela di sciocchezze)” e physique = fisica (diversamente dalla metaphysique). Un bellissimo gioco, tanto è vero che sulla parola si è giocato assai: patte à physique / pas ta physique / pâte à physique, un impasto e un pasticcio!

Ma, soprattutto, questa parola, prima che un aggettivo, e oltre che uno strepitoso esercizio dell’intelligenza, è un modo di procedere: invita a non decifrare i fenomeni in modo unico, a non perseguire l’idea di verità unica e fissa, a osservare i particolari, a guardare le eccezioni, è “una scienza delle soluzioni immaginarie” che spinge da un lato a essere rigorosi e, dall’altro, a reagire, a spostare i limiti, a immaginare altri mondi. E allora viva lo sforzo di elaborare, ognuno di noi a suo modo e secondo le sue capacità, una memoria patafisica per un uomo che ha saputo unire scienza e immaginazione. Questa in fondo è la vita, in dosaggi infiniti.

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