Nicola Arrigoni per Pan Ubu


Sulla mia panca, sulla mia poltroncina rossa ci sto benissimo. Faccio lo spettatore con l’impudicizia di rendere pubblico il mio giudizio su quanto accade là, sul palcoscenico, davanti a me e alla comunità di noi che veniamo in teatro affamati di visioni.

Mi manca la possibilità di perdermi via nella voce, nella presenza dell’attore.

Mi manca il concentrare lo sguardo per non perdere il respiro, oppure distendere il volto quasi a voler dire a chi sta in scena: «Sì, mi fido di te, ti seguo».

Mi manca anche il nervoso muoversi delle gambe e l’insofferenza quando ciò che accade è insopportabile, perfino mi manca la testa che penzola per la stanchezza e il sonno che ha la meglio sullo spettacolo. Chi non si è mai addormentato a teatro, alzi la mano.

Da spettatore mi manca il respiro dell’attore, all’attore credo manchi quello del pubblico. Semplicemente manca il teatro, spazio in cui si partecipa alla poesia che si fa corpo, relazione, contatto emotivo, sudore, respiro, gesto, lacrime, fatica, gioia e dolore. Questa è la condizione del teatro, questa è la condizione della vita.

Mi manca tutto questo e l’ho cercato, in questi giorni, in queste settimane di lockdown, nei tanti, tantissimi spettacoli in video, nelle telefonate teatrali, nelle letture di attori e attrici che dal salotto di casa spaziavano da Moby Dick ad Amleto, dai Promessi Sposi all’ultimo best seller in libreria, complice kindle. Ho cercato il calore del corpo, l’emozione dello stare lì a respirare lo stesso respiro. Ma allo stordimento momentaneo e all’illusione di ricevere la mia dose di teatro quotidiano hanno fatto seguito il disamore, il distanziamento non solo sociale ma estetico, hanno preso il sopravvento la solitudine, lo schermo del computer, la parete gialla della sala, l’assenza della comunità di spettatori a cui appartengo.

E allora il pensare al dopo che potrebbe essere il dopodomani è stato un tutt’uno. Immaginarsi un teatro con distanziamento sociale sembra una contraddizione in termini. Il teatro è sociale per sua stessa natura, lo è nell’essere platea – ovvero piazza – lo è nell’essere spazio in cui si vede e si è visti, lo è nel suo essere azione e parola fattuale e che agisce, lo è nel compiersi in un qui e ora. I media hanno reso possibile la contemporaneità del dire e del vedersi, ma nel hic et nunc c’è quel hic che chiede e pretende fisicità, umori, abbracci, anche nella formula simbolica dell’applauso.

Per questo il teatro non può sopportare il distanziamento sociale, può magari concedersi il dialogo solipsistico fra attore e gruppo sparuto di spettatori, ma alla fine anche qui qualcosa rischia di non tornare. Il teatro è coro, coralità e allora la selezione distanziata degli sguardi e dei corpi rischia di mettere in ombra l’essere assemblea, diciamolo ecclesia del teatro, luogo sacro nell’immanenza del suo compiersi, sempre e comunque in uno spazio separato ma che ci appartiene, appartiene al cittadino, allo spettatore che è il cittadino della città/teatro che sente il bisogno e l’urgenza di riaprire le porte.

In tutto questo l’estate – senza dubbio – regalerà scampoli di teatro, occasioni di incontro, performance in sicurezza, con o senza mascherina dipenderà dal legislatore e dal virus, o viceversa? Ma quando il teatro tornerà ad essere teatro? Ma lo era prima del Covid-19? Lo sarà dopo e, se sarà, in che maniera ciò accadrà? Le risposte non le so, le ipotesi sono tante. So solo che da cronista della realtà, dal punto di vista di una delle città più martoriate dall’epidemia, Cremona, il ricominciare è lo squillo di trombe dell’incipit dell’Orfeo di Monteverdi, un viaggio oltremondano che ci costringe a lasciare il vecchio e ci impone un qui e ora in attesa di un altro tempo, un altro spazio senza Euridice tutto da inventare. Come in ogni crisi, ancor prima che si apra il sipario, è questo che ci attende, è questa la condizione di tutti noi spettatori/attori in questo tempo sospeso, presente gravido di dolore e che vorrebbe essere fecondo di vita, ma rinnovata per favore!

Nicola Arrigoni

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