Michele Di Stefano per Pan Ubu

Intanto per liquidare subito una visione tutta personale, che rifletta la mia condizione specifica individuale: io sto bene, grazie, non ho nessuno statement da proporre.

Per il resto:

impensabile passare mesi come questi nell’ attesa di un ritorno alla normalità. Se questo ‘frattempo’ ‘ non ispira il cambiamento, allora è equiparabile alle ferie, ora d’aria inclusa.

Il cambiamento riguarda in primis il fatto che il ‘frattempo’ poco ha a che vedere con l’assenza pubblica della scena. Il frattempo è l’essenza della scena e deve essere sostenuto. I festival, i teatri, le istituzioni, le compagnie devono sperimentare insieme l’emersione di una nuova temporalità e di un nuovo atteggiamento nei confronti della materia performativa, per far si che il frattempo diventi pubblico.

Per forza di cose a partire dal locale, immaginiamo di aprire tutte le strutture possibili alla ricerca, favoriamo la ricerca, che contiene in sé tutte le domande relative al momento che stiamo vivendo e quindi evolverà di conseguenza i propri protocolli particolari. Garantire questa possibilità di rimettere in atto la ricerca, di poter distribuire economie alle aggregazioni, che sono la base della ricerca teatrale, a quell’insieme di competenze disparate che fondano le compagnie (costellazione viva che si annacqua nell’attesa); aiutateci a tenere aperto, il pubblico fluisce e fruisce in modo diverso, perché sa che tutto non è concentrato nell’evento, nel programma particolare, il teatro è aperto in un tempo lungo, decidi tu quando passare, noi siamo all’opera sempre, siamo senza tournée, non prenderemo treni, saremo vigili, saremo tanti e dal vivo, solo dal vivo, costruiremo delle intensità temporanee e localizzate, sempre visitabili, e non chiedeteci una frase risolutoria sul futuro, noi viviamo nel presente e perché dovremmo continuare a deambulare solo intorno ai negozi di alimentari?

Non dovremmo avere la possibilità di entrare in un luogo diverso, certo a distanza, certo con una coperta in testa, assaporando un rischio che il teatro contiene di per sé? Non è un modo di dire.

Il frattempo presuppone una ritualità diversa e un’abitabilità senza scaffali, senza prodotto. Io penso che il confronto della collettività con questa prospettiva dal vivo possa essere un buon terreno per dare al momentaneo presente una chance di lungimiranza. Solidarietà sindacale inclusa.

E sempre dal vivo.

Michele Di Stefano

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