Edizioni Ubulibri

di Massimo Marino

La casa editrice apre i battenti nel 1977. Il primo Patalogo racconta la stagione 1977-78. Siamo nel pieno degli anni settanta, ma anche sulla china del loro esaurimento, alla svolta di un periodo preciso della nostra storia, tra il marzo bolognese e l’assassinio di Aldo Moro. Stiamo avanzando verso gli anni detti di piombo (o di eroina), verso le febbri del sabato sera, verso la riscoperta del privato (il motto “il personale è politico” coniugato a “tutto fa spettacolo”): stiamo saltando, insomma, nel postmoderno (nella coscienza del postmoderno). La Ubulibri sarà specchio intelligente e provocatorio degli anni ottanta di abiure, contraddizioni e trasformazioni, preparando il teatro (e qualche idea più generale) per tempi futuri.

 

Il Patalogo

La casa editrice nasce con l’intento di pubblicare volumi dedicati alle arti dello spettacolo, seguendo un’idea di superamento dei confini disciplinari radicato negli anni sessanta-settanta e aperta a successivi fertili sviluppi. Il Patalogo agli inizi racconta le stagioni del teatro, del cinema, della musica, della televisione (dopo qualche anno, di fronte all’enormità dell’impresa, si concentrerà solo sul teatro), in una sfida enciclopedica che vuole fermare il presente titolo per titolo, distillando linee di lavoro, tendenze, confronti con paesaggi di altri paesi. La nuova spettacolarità, il travestitismo, il teatrodanza e la nuova danza, la nuova regia, il teatro di poesia, le derive della critica, il ritorno al comico e alla drammaturgia, il riemergere dell’attore in funzione di restaurazione del teatro ma anche il consolidarsi di esperienze di ricerca sono alcuni dei sintomi di un presente che sembra diviso tra la difesa e l’oblio delle esperienze collettive dei decenni di sperimentazione appena passati.

In ogni Patalogo scorre con acume di sguardo la stagione di un anno con dati, date, nomi, proposizioni dei protagonisti, sguardi dei critici, polemiche, cronache, interventi politici, bestiari di questo paese malato di disprezzo per l’intelligenza e la bellezza, studi, approfondimenti, ricordi e molto altro. Un’opera di documentazione viva, nel corpo del teatro, con brani estratti da giornali e riviste, montati, contrapposti, con contributi originali. Il Patalogo tasta il polso del teatro e dei teatranti, la vita materiale e l’utopia, leggendo, in filigrana, la nostra società. Fa virtù dello spirito meticcio del postmoderno; lancia la curiosità per la scoperta intellettuale, il metodo del collage e della contaminazione verso i decenni successivi, ricavandosi anche negli anni più bui il ruolo di osservatorio aperto e spregiudicato, capace di intercettare il palpito, il bisogno del nascente.

Questa pubblicazione è il capolavoro critico di Franco Quadri, invenzione nodale per decifrare lo spettacolo della società fluida (e le stesse forme di nuove liquide sociabilità). Opera monastica o zen, enciclopedia dell’attualità dove il pensiero spesso traspare tramite il patchwork, la composizione di frammenti differenti, rimontati sempre secondo un orientamento rigoroso. È invenzione di una nuova critica collettiva nell’epoca del crepuscolo del pensiero critico; si rivela non accademica scuola di formazione di varie generazioni di nuovi giornalisti e critici.

L’uscita del Patalogo diventa l’occasione per radunare la società teatrale, sempre a rischio di dispersione, intorno ai premi Ubu, altra palestra di esercizio di decifrazione di sensi all’interno dello scorrere delle stagioni teatrali, di posizionamento, di scontro, di polemica anche. Quadri chiede sempre di schierarsi, di mettere a nudo e a fuoco la propria passione, di trasformare lo sguardo e il modo di essere guardati. Di mettersi in viaggio.

 

Drammaturgie

Mentre impazza la Nuova spettacolarità, da più parti si avverte il bisogno di un ritorno alla drammaturgia. E questa tensione trova uno dei principali canali proprio nella Ubulibri, che nel 1982 con il primo volume del teatro di Thomas Bernhard inaugura la collana grigia di testi teatrali. Quadri, firmatario con Bartolucci, Fadini e Caprioli del manifesto che indiceva il convegno di Ivrea per un nuovo teatro, dove si invocava il superamento del testo in direzione di una scrittura scenica, farà conoscere all’Italia i massimi drammaturghi stranieri, nuovi scrittori per un nuovo teatro, e lancerà veri talenti nostrani. Anche perché nel 1983 assume la direzione di Riccione Teatro. Rilancia il Premio di drammaturgia e ad esso affiancherà nel 1985 l’invenzione di Riccione Ttvv (oggi Riccione Ttv), la prima rassegna dedicata al teatro e alla danza in televisione e in video. Siamo vicini a quel 1985-86 in cui molti gruppi iniziano a tornare alla parola, a un teatro “di poesia” dalla Nuova spettacolarità, da composizioni ove l’elemento corporeo, visivo, musicale era prevalente.

La nuova attenzione per la scrittura teatrale non è solo sintomo del bisogno di farsi accettare da un sistema coriaceo, impenetrabile nonostante tutte le provocazioni e i tentativi di rivoluzione. È segno anche di tempi che hanno bisogno di un diverso approfondimento, della necessità di smontare la realtà apparente, di andare a fondo dietro le consuetudini, le maschere sociali, le immagini sempre più pervasive. Gruppi che hanno attraversato vari linguaggi come i Magazzini, Falso Movimento (poi Teatri Uniti) e altri si confrontano con autori-provocazione come Pasolini e Genet o con le radici della tragedia greca. Dall’estero, oltre ai grandi nomi della scena che dagli anni sessanta arrivano regolarmente nel nostro paese, Jerzy Grotowski, Peter Brook, Eugenio Barba, Bob Wilson, Tadeuzs Kantor, Peter Stein eccetera, iniziano a essere tradotti drammaturghi capaci di interpretare la realtà contemporanea e di porre nuove questioni estetiche alla rappresentazione.

L’attenzione al dramma viene nutrita da una lunga ricerca (e da appassionati dibattiti) sulla possibile lingua della scena. Dopo le critiche degli anni sessanta alla inconsistenza dell’italiano teatrale (la rivista “Sipario” registra, in un’inchiesta del 1965, il disinteresse nei confronti della scena dei maggiori scrittori italiani, Pasolini, Ginzburg, Moravia…), si era cercato il confronto con la mobilità dell’espressione parlata o con quello che restava delle tradizioni popolari. Gli anni settanta sono segnati dalle ricerche sulla cultura di base (vedi per esempio l’esperienza di Scabia con gli attori-studenti dell’Università di Bologna, in confronto con l’antico “teatro di stalla” nell’esperienza del Gorilla Quadrùmano, qui e qui su doppiozero), dalle discussioni e sperimentazioni sui dialetti, dal recupero di drammaturgie forti impastate su lingue locali (quella napoletana in particolare) in contrapposizione all’astrattezza della lingua media dei testi drammatici italiani e delle sempre troppo letterarie traduzioni di opere straniere. Da riviste di tendenza come Scena viene promosso l’interesse per forme di rappresentazione minoritarie, in via di sparizione, come la sceneggiata o l’avanspettacolo. Leo e Perla, Dario Fo, Roberto De Simone, Giuliano Scabia, Eugenio Barba, Alfonso Santagata, Claudio Morganti e altri, in modi differenti, esplorano i confini del “dialettale”, del “popolare”, del “subalterno”, dell’“incolto”.

Eduardo De Filippo nel 1980 tiene un corso di drammaturgia a Firenze; l’anno successivo lo trasferisce presso l’Università La Sapienza di Roma. Si aprono scuole di scrittura per il teatro presso la civica scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano e a Fiesole. Aumentano gli scrittori per la scena e le pubblicazioni di testi, con meritorie (a volte effimere) iniziative editoriali, come le collane di testi drammatici degli editori Costa & Nolan, Guida, Ricordi; con ricognizioni nella scrittura per la scena nazionale e internazionale, con approfondimenti di drammaturgie come quella inglese o di paesi meno conosciuti (il Québec, per esempio).

Nel 1985 il Premio Riccione lancia Pièce Noire di Enzo Moscato. Nel primo lustro del decennio si è affermato un attore-scrittore come Annibale Ruccello, che con Moscato rinnova con umori acidi la tradizione napoletana. La parola sembra diventare, da più fronti, il nuovo problema. Una parola non più da “re-citare”; una parola corpo, parola immagine, parola provocazione, parola scavo, parola mondo, parola poesia... Una parola bisturi, in grado di incidere la pelle di una società persa, confusa, sull’orlo della catastrofe o almeno della crisi: per provare a ritrovare un corpo sociale. O perlomeno per tentare di sondarne qualche possibilità.

L’Ubulibri e Franco Quadri sono tra gli animatori di questa revisione della parola, verso la parola, in cerca di nuova prospettive che non rinneghino le rivoluzioni, spingendole un po’ oltre, contro la tradizione italiana appoggiata sul repertorio di classici sempre più svuotati di senso, su una regia senza idee, sull’attore in cerca di consenso. La parola diventa la nuova frontiera della ricerca. Nella collana di drammaturgia vengono pubblicati (in certi casi per la prima volta nel nostro paese), Thomas Bernhard, Rainer W. Fassbinder, Botho Strauss, Bernard-Marie Koltès, Copi, Heiner Müller, Václav Havel, Tony Kushner, Biljana Srbijanovic, Pablo Picasso, il teatro degli “arrabbiati” inglesi e poi, in tempi più vicini a noi, Werner Schwab, Rodrigo García, Jan Fabre, Elfriede Jelinek, Jean-Luc Lagarce, Juan Mayorga, Rafael Spregelburd. Compaiono Moscato, Ruccello, Franco Brusati, Franco Scaldati e poi tanti altri italiani, in una storia che prosegue fino agli anni dieci del nuovo secolo, Ugo Chiti, Antonio Tarantino, Roberto Cavosi, Davide Enia, Spiro Scimone, Letizia Russo, Barbara Nativi, Edoardo Erba, Stefano Massini, Vittorio Franceschi.

 

Un nuovo critico?

Ma col suo sguardo a 360 gradi Quadri non abbandona il teatro di regia, di immagine, di laboratorio. Dal 1983 al 1986 dirige due cruciali edizioni della Biennale Teatro di Venezia, dedicando la prima personale italiana a Pina Bausch, ospitando una rassegna della nuova scena nazionale, laboratori di maestri come Grotowski, Barba, Julian Beck, i debutti dell’Arlecchino di Dario Fo e della Tempesta di Shakespeare tradotta in napoletano da Eduardo De Filippo. Negli anni successivi dirigerà altri festival e nel 1990 fonderà una scuola nomade per attori, l’École des Maîtres, basata su workshop con registi della scena internazionale. Nel pieno della discussione sulla crisi del critico, il maggiore critico nazionale (nel 1987 passa da Panorama a La Repubblica) suggerisce che questa figura, se vuole ritrovare una funzione, deve confrontarsi col teatro agito, trasformandosi in uomo di teatro.

Specchio di tale travaglio, che avrà ulteriori esiti negli anni successivi, è ancora l’attività editoriale. In varie collane della Ubulibri escono volumi di materiali, pensieri, storie: del laboratorio di Ronconi a Prato, del Living Theatre, di Barba, Kantor, Delbono, Lecoq, Thomas Richards (il continuatore del lavoro di Grotowski) e di molti altri, maestri o giovani sperimentatori, dai Magazzini, Barberio Corsetti e le Albe a Motus, Fanny & Alexander, Kinkaleri...; escono i libri di regia di Stanislavskij, lo studio sul dramaturg di Meldolesi e Molinari, le testimonianze sui percorsi dell’École des Maîtres… Il teatro diventa libro, si fa traccia, ferma il sogno in esperienza trasmissibile, trasforma l’agitazione, la militanza in riflessione, in testimonianza, eredità, proposta per gli anni futuri.

Poscritto. Oggi molti di quei libri Ubu, spesso introvabili in libreria, si possono acquistare con forti sconti presso l’editore (scrivi a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.).

 

(da www.doppiozero.com/dossier/anniottanta/ubulibri - Massimo Marino)

Per altre informazioni sulla Casa Editrice vedere: www.ubulibri.it