Discorso di Frie Leysen ad Amsterdam in occasione del conferimento del Premio Erasmus

Vorrei partire raccontandovi una storia, quella di Seong-Hee Kim, un’amica e collega sud-coreana: «Circa alcune migliaia di anni fa, i primi animali si sono spinti fuori dall’acqua per raggiungere la terraferma: prima sono diventati dei rettili e in seguito dei mammiferi. Ma a un certo punto, presentendo il grande choc del meteorite, uno di loro, senza dubbio una renna, ha respirato a fondo ed è saltata di nuovo in mare. Pensava che le sue possibilità di sopravvivenza sarebbero state maggiori lì. Ed ecco la balena. Uno degli animali più grandi, più intelligenti e i più dotati d’empatia sulla terra. Uno dei pochi mammiferi marini. Questo è un esempio del fatto che una marcia indietro non significa necessariamente una regressione, ma che può rivelarsi come una buona decisione».

Questo Premio mi viene consegnato per le ragioni che sono state appena evocate. Mi è stato annunciato mentre stavo lavorando a Vienna, al Wiener Festwochen, e stavo ingaggiando una dura battaglia per difendere precisamente queste idee e questi valori. Era un periodo difficile per me, la combattività andava di pari passo con dubbi intensi e inquietudine profonda. Si trattava di un combattimento che non potevo vincere in fin dei conti: non si può combattere contro i dinosauri. Non bisognava più disperdere la propria energia. Dopo nove mesi, ho rotto il mio contratto di quattro anni e ho abbandonato il festival, alla fine della mia prima edizione.

Ritorno al mare…

Era in atto una dualità sorprendente. Piena di dubbi e ricompensata allo stesso tempo. Cosa significa allora questo Premio in relazione a tali circostanze? Cosa significa per me, e per le idee e i principi che difendo? Ha senso che io abbia un posto nella lista dei laureati del prestigioso Premio Erasmus? Ne dubito fortemente. Questo premio ha ricompensato spiriti brillanti e artisti geniali. Io non sono ne l’uno né l’altro. Considero l’attribuzione del Premio di quest’anno come un segnale di allarme. Siamo coscienti di quello che stiamo perdendo in questo clima di svolta a destra, di nazionalismo e di mercificazione?

Questo Premio mi è consegnato dal Re Willem-Alexander d’Olanda.

Maestà, il vostro Paese è diventato un luogo

- dove le arti possono a stento respirare;

- dove si fa ancora con difficoltà distinzione tra arte, cultura e industria del divertimento;

- dove sono stati brutalmente tagliati i budget delle arti e della cultura. Il paesaggio teatrale ha subìto una vera e propria epurazione. Tutte le proliferazioni e altre cattive erbe sono state sarchiate. Peccato, poiché è proprio da queste crescite che provengono l’innovazione e il cambiamento…;

- dove i luoghi di creazione artistica, gli atelier, i laboratori e altri centri di ricerca sono stati eliminati:

- dove il conservatorismo prospera;

- dove l’arte è qualificata come «hobby di gente di sinistra»;

- dove la circolazione internazionale degli artisti e delle loro opere è ridotta all’osso;

- dove quasi tutti i teatri, a eccezione di qualcuno, propongono la stessa cosa: una programmazione impersonale, dove ce n’è per tutti i gusti, il cui obbiettivo principale consiste nel realizzare delle cifre. Col risultato che il pubblico le ha disertate per la più parte.

- dove il pubblico realmente interessato dalla cultura resta crudelmente affamato.

In breve, un paese dove l’arte e la cultura e il loro pubblico sono sottomessi a serie pressioni. Ma questo non è solo appannaggio dell’Olanda, dappertutto in Europa si attenta all’arte e alla cultura. Da poco, anche il mio paese, il Belgio, distribuisce i suoi colpi bassi.

Qualcosa mi sfugge: il Belgio e l’Olanda fanno parte delle regioni più ricche del pianeta e in entrambi i paesi la crisi è rimasta limitata. Fino a poco tempo fa, entrambi i paesi portavano avanti una politica culturale stimolante e molto in vista. Come può questo Governo, con un solo colpo di spugna, eliminare tutti questi investimenti? Non lo comprendo. E rifiuto di comprenderlo.

Il cambiamento del clima politico è una cosa. Ma come vuole il vecchio adagio, è sempre facile spazzare davanti alla propria porta… Questo ci obbliga a interrogarci: le arti subiscono la logica politica, economica e diplomatica, forme di oltraggiosa seduzione? Non abbiamo fatto da marciapiede alla politica per risolvere problemi sui quali non si viene a capo, come l’esclusione sociale, l’immigrazione, il razzismo? Problemi ai quali le arti non possono e non devono trovare soluzione, anche le arti così in voga come «le arti partecipative» o il «tutto il mondo è artista!».

Il mondo intero non è interessante, e tutto il mondo non è certamente artista. Non ci siamo troppo giustificati, a botte di cifre e argomenti economici, invece di restare sul terreno del contenuto artistico? Non ci siamo ridotti a degli intrattenitori di gallerie che seguono saggiamente le regole dei manager, degli esperti in marketing e dei contabili, invece di essere rimasti gli elementi perturbatori e le fonti d’ispirazione che dovremmo essere? Non dovremmo, così come la balena, tornare al mare, alla ricerca di un biotopo più adatto per ritrovare la nostra forza combattiva?

Altro segnale d’allarme. Io considero questo premio soprattutto come un’arringa a favore di una zona franca per gli artisti e il loro lavoro. Una zona franca dove gli artisti possono liberamente sviluppare la loro visione e il loro talento, analizzare la società di maniera critica, mettere il dito dove fa male, e ispirarci, noi, il loro pubblico. Una zona franca dove la pressione politica, economica, sociale ed estetica non è all’ordine del giorno. È di questo che si tratta. È quello che rappresenta il mare.

Questo Premio difende gli artisti e il loro lavoro, che sono minacciati di soffocare in un mondo meschino, borghese e artificiale, fatto di glamour, di soldi, di potere, di pettegolezzi, di prestigio, di mercificazione, di narcisismo, di compromesso, di carrierismo ad oltranza e di vanità. La Disneyland artistica del XXI secolo.

Questo premio difende anche la circolazione degli artisti e delle loro opere al momento in cui l’Europa, e anche l’Olanda, minaccia di nuovo di chiudere le sue frontiere e dove l’autoreferenzialità regna sovrana. Ho nostalgia dei Ritsaert ten Cate di questo paese.

Questo Premio è anche una ricompensa per le nuove generazioni d’artisti e gli artisti dei quattro angoli del mondo che non conosciamo ancora ma che ci offrono una prospettiva totalmente differente sulla nostra epoca e sul nostro mondo. Ma solo se gliene diamo l’opportunità.

Questo Premio è un omaggio al pubblico critico, curioso, esigente e avventuroso, il partner imprescindibile dell’artista. Delle persone che sentono il bisogno di confrontarsi ad altre visioni e opinioni, a caccia di nuovi linguaggi e espressioni artistiche, disdegnando il consumo commerciale e l’avanzata della cosiddetta industria culturale.

Questo Premio riguarda la quintessenza del nostro lavoro, gli artisti e le opere, riguarda la messa in gioco, l’assunzione di rischi, la radicalità e il cambiamento. Riguarda la nostra missione di ripensare le strutture e i modi di lavoro e di adattarli ai bisogni attuali.

Nella mia vita, ho costruito qualche nuova struttura - deSingel a Anversa, il Kunstenfestivaldesarts a Bruxelles e Foreign Affairs a Berlino -, su misura, in vista di realizzare le mie idee e i miei valori. Ma mi è sembrato ugualmente cruciale abbandonare queste strutture al momento giusto, trasmetterle alla generazione successiva. C’è ancora del posto per delle nuove strutture oggi? Il paesaggio nel frattempo non è troppo denso? Non ne sono sicura. Il fatto è che intanto le strutture e le case delle arti rivendicano un valore d’eternità, che gli è stato d’altronde conferito. Si vedono raramente emergere delle iniziative di natura provvisoria. Ma ogni nuova vita è condannata a morire un giorno. Si va molta fatica ad accettare la nostra finitezza. Ci vuole più spazio, mentale e politico, per cambiare le strutture dall’interno. Nuove generazioni devono potersi appropriare delle Istituzioni esistenti, ribaltare tutto, ripensare tutto e tutto rimodellare secondo le proprie concezioni.

Sul piano politico e economico, l’Europa non rappresenta più niente nel mondo globalizzato di oggi. Ma la nostra cultura e la nostra arte continuano ad avere un ruolo di primo piano sulla scena internazionale. È per questo che bisogna continuare a battersi, contro la tendenza a ridurre tutto a conservazione museale del nostro passato, occorre insistere e investire sul futuro, e questo in un clima artistico vivente, animato, aperto e innovativo.

Questo Premio saluta le idee, i principi e i modi di lavoro che sono sottomessi a una fortissima pressione nella costellazione attuale, non solo a Vienna o in Olanda, ma in tutta l’Europa. Lo condivido con chiunque contribuisca a difenderli: artisti, colleghi, spettatori, e anche qualche depositario dell’autorità pubblica.

Oso e sogno che questo gesto possa incitare il mondo a riflettere sull’orientamento che suggerisce di dare alle arti: a chi indirizzarlo, in quale modo e per quale ragione? Ecco perché propongo, signore e signori, che ritorniamo tutti nel mare!

Frie Leysen, 

Amsterdam, 2014

(traduzione di Luigi De Angelis per Associazione Ubu per Franco Quadri)

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